Riassetto Basilea 2/3

Basilea 1 si limitava a prendere atto della storia patrimoniale di una ditta e della capacità attuale di rimborso della stessa, senza avere la possibilità di valutare se, quanto e in quanto tempo la ditta avrebbe generato reddito. Questo induceva un notevole immobilismo e penalizzava fortemente tutta una serie di settori e di investimenti, primi fra tutti quelli sull'innovazione e sulla ricerca.

Era quindi necessario elaborare una struttura di analisi molto più sofisticata per potere comprendere la realtà del mercato, che negli anni era notevolmente cambiata. Inoltre le banche si resero conto che il loro ruolo di semplici prestatori andava evoluto in un ruolo di maggior responsabilità, cooperazione e integrazione tra impresa e istituto di credito, se si desiderava che il mercato non stagnasse, ma continuasse a crescere in modo realmente produttivo.

Gli accordi hanno elevato la riserva frazionaria delle banche all'8% e fissato il coefficiente di salvaguardia sempre all'8%. Le sofferenze (ossia crediti inesigibili) delle maggiori banche italiane sono al di sopra della media europea che è dell'1.1%. Gli accordi di Basilea 2 hanno fissato il coefficiente di solvibilità all'8%. Tale coefficiente fissa l'ammontare minimo di capitale che le banche devono possedere in rapporto al complesso delle attività ponderate in base al loro rischio creditizio. In altri termini è una frazione il cui numeratore è dato dall'ammontare di patrimonio di cui dispone una banca ed il denominatore dall'ammontare delle attività ponderate per classi di rischio. Se si considera invece il rapporto tra attivo ponderato e patrimonio di vigilanza il valore richiesto dagli accordi di Basilea 2 sale a 12,5%.

La normativa consiste in Tre Pilastri:

  1.  Requisiti minimi patrimoniali
  2.  Controllo prudenziale interno delle banche
  3.  Informativa da rendere al pubblico

I requisiti minimi patrimoniali, che interessano da molto vicino le aziende, devono coprire le perdite inattese dovute a tre rischi:

  1.  Rischio di credito
  2.  Rischio di mercato
  3.  Rischio operativo, che ne rappresenta la maggiore novità.

Con Basilea 3 le banche dei paesi aderenti devono accantonare quote di capitale proporzionali al rischio derivante dai rapporti di credito assunti, valutati con uno strumento definito rating Basilea 3. Basilea 3 fissa comunque le linee guida con ampio spazio per le banche e le autorità centrali di controllo del credito di gestire le metodologie ed i processi che portano alla definizione del rating Basilea 3. Il Comitato Basilea 3 fornisce un quadro di riferimento, non regole fisse, quindi il metodo del calcolo del rating Basilea 3 potrà differire anche significativamente da istituto di credito a istituto di credito, sia per agli elementi considerati, che per il peso loro attribuito.

Il rating bancario previsto da Basilea 3 è il metodo IRB (Internal Rating Based) che può essere definito un “insieme strutturato e documentabile di metodologie e processi organizzativi che permettono la classificazione su scala ordinale del merito di credito di un soggetto e che quindi consentono la ripartizione di tutta la clientela in classi differenziate di rischiosità, a cui corrispondono cioè diverse probabilità di insolvenza” (fonte ABI).

Secondo le indicazioni Basilea 2, per poter utilizzare i metodi IRB le banche devono dimostrare di avere adottato l'uso interno dei modelli da almeno tre anni.  Le banche adottano il metodo IRB (Internal Rating Based) per suddividere la propria clientela in classi differenziate di rischiosità, a cui corrispondono cioè diverse probabilità di insolvenza, e variare la percentuale di accantonamento anche per i crediti concessi ad aziende di piccole o medie dimensioni. Questo meccanismo mette le banche nella condizione di poter "pesare" la rischiosità del cliente e quindi di poter concedere a questi credito a costi più o meno elevati. L'azienda deve quindi essere consapevole del proprio "rating" al fine di affrontare in modo efficacie il mercato del credito bancario.